Intervista a Jacopo Spirei, regista d’opera di fama internazionale

Parliamo con Jacopo Spirei, romano di nascita, fiorentino di adozione, regista di fama internazionale nell’opera lirica. I suoi prossimi appuntamenti, fra gli altri, sono con il Teatro Regio di Torino, Théatre Royal di Liegi, la Fenice di Venezia, l’Opera di Pechino. Il suo è, certamente un lavoro, o un “mestiere” come lo chiama lui molto particolare. Anche a lui chiediamo come si fa a diventare registi e che consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera.

Quand’è nata la tua passione per l’opera lirica e la regia?

Un po’ per caso, almeno per l’opera nello specifico, ho sempre amato raccontare storie e nell’opera ho trovato il modo che meglio mi si adatta. Ho incontrato l’opera molto presto, a 22 anni, e mi sono buttato senza pensare, ho cercato in ogni modo di fare esperienze pratiche e ho studiato un sacco, mi divertiva moltissimo.

Che percorso hai fatto per arrivare a fare questo lavoro?

Un percorso molto poco ortodosso: ho scelto la via della pratica, quindi nessuna educazione formale, ma molto lavoro “a bottega” per così dire. All’inizio ho fatto l’assistente volontario in varie opere, poi piano piano il lavoro ha cominciato a essere retribuito (per fortuna!).

Sono andato dove potessi imparare e dove mi venisse data la possibilità di partecipare a uno spettacolo. Ho passato del tempo a Londra, dove mi si era creata un’opportunità, dormivo in un ostello con altre 25 persone in letti a castello, un bagno in condivisione e il bagaglio chiuso col lucchetto in un armadietto accanto al letto, per un paio di mesi…. Avevo un budget piccolissimo e quasi ogni sera investivo i soldi della cena per prendere i biglietti più economici per spettacoli teatrali: ero a Londra, una delle grandi capitali teatrali del mondo, non potevo perdere l’occasione di vedere più cose possibili! Londra è stata sicuramente formativa in molti modi: i musei sono gratis quindi si può andare con grande facilità, passavo i miei giorni liberi là dentro, poi gli inglesi mi hanno insegnato un metodo, una disciplina e un approccio al lavoro che utilizzo tutt’oggi.

Com’è cambiato il tuo lavoro rispetto al passato?

Non saprei. Sinceramente, mi sembra che sia diventato meno accessibile senza capacità economiche adeguate, allo stesso tempo, in un mondo più connesso come il nostro, si riesce meglio a scoprire opportunità, collegarsi ad altre persone e creare un network sia di conoscenze che di esperienze. Per certi versi ci sono più opportunità per lavorare già da regista, ma molte meno per imparare il “mestiere”, la tecnica, che è essenziale per esprimersi e creare progetti originali.

Che consiglio daresti ai giovani per intraprendere questo lavoro?

Di non mollare mai. Se si crede che questa sia l’unica strada bisogna starci attaccati a tutti i costi. Questo è un mestiere che si deve volere a ogni costo, e il costo, garantisco, è alto.

Ovviamente io credo sia il lavoro più bello del mondo, ma di sicuro non è facile né rilassante! 

Importante ricordarsi di nutrire l’artista oltre al networker: leggere; vedere di tutto di più; imparare; ascoltare e guardare le persone e il mondo che ci circonda; vivere a fondo la vita per poterla poi raccontare in palco.