Intervista a Giovanni Marrucci, giornalista e telecronista sportivo
Giovanni Marrucci è un giornalista freelance e telecronista sportivo. Dopo l’università a Siena e il master a Milano, nel 2018 è entrato a DAZN come redattore, per poi arrivare alla telecronaca. Gli abbiamo chiesto come è nata la sua passione, come è cambiato il mestiere e cosa consiglia a chi vuole seguire la sua strada.
Quando è nata la tua passione per il giornalismo sportivo e, in particolare, per le telecronache?
Già da giovanissimo improvvisavo telecronache mentre giocavo con gli amici ai videogiochi calcistici. All’epoca era solo un modo per divertirsi, ma col senno di poi è stato probabilmente un primo segnale di ciò che volevo fare da grande.
La passione ha poi preso davvero forma nel 2006, durante il Mondiale in Germania vinto dall’Italia. Seguivo molto la copertura di Sky Sport, che trovavo particolarmente ben fatta, e cominciavo a chiedermi chi ci fosse dietro al racconto e come venissero organizzate le trasmissioni. Dopo quel Mondiale lessi il libro del telecronista Fabio Caressa, che raccontava il suo percorso e ciò che accadeva dietro le quinte: conoscere la quotidianità di quel lavoro mi fece innamorare ancora di più. Per me quel “fuoco” è nato proprio lì.
Qual è stato il tuo percorso per arrivare a fare questo lavoro?
Il percorso è stato piuttosto lungo. Ho studiato all’università a Siena e lì ho avuto le prime collaborazioni con giornali, televisioni e radio locali, che mi hanno permesso di prendere confidenza con diversi mezzi di comunicazione e costruire una prima rete di conoscenze.
Un passaggio importante è stato poi il master di giornalismo a Milano. Da lì sono entrato più concretamente nel mondo del lavoro attraverso gli stage, ottenendo le prime esperienze professionali in grandi realtà. Nel 2018 sono arrivato a DAZN come redattore e sono riuscito gradualmente ad arrivare alla telecronaca. Oggi collaboro anche con Sport Mediaset e mi occupo di diverse attività legate al giornalismo sportivo.
Come è cambiato il lavoro del telecronista rispetto al passato?
Vent’anni fa era molto diverso. Si andava molto più spesso allo stadio, mentre oggi, grazie alle tecnologie disponibili, molte telecronache vengono realizzate da remoto. Per il calcio estero era già un fenomeno comune: il segnale arrivava in redazione e la partita veniva commentata da una cabina. Oggi questo sistema è molto più diffuso perché permette di contenere i costi di. Dal punto di vista professionale, però, questo cambiamento ha delle conseguenze. Andare sul posto significava conoscere continuamente persone nuove e creare rapporti, e i contatti, in questo lavoro, sono fondamentali.
La tecnologia sta cambiando anche la preparazione. Dietro una telecronaca c’è una grande attività di ricerca: bisogna seguire le notizie, consultare testate italiane e straniere e gestire una quantità enorme di dati. In questo senso l’intelligenza artificiale può essere molto utile per organizzare il materiale e facilitare le ricerche, soprattutto quando si cercano informazioni difficili da reperire, ad esempio su giocatori stranieri o attraverso fonti locali. Non deve però sostituire il lavoro giornalistico né scrivere le notizie al posto del professionista: il suo valore sta soprattutto nella fase di ricerca e raccolta dei dati.
Che consigli daresti ai giovani che desiderano intraprendere la tua professione?
Il primo consiglio è buttarsi il prima possibile: bussare alle porte di giornali, radio e televisioni locali, anche le più piccole. Va bene persino il torneo di provincia dietro casa, perché è lì che si fa esperienza sul campo, si incontrano persone e si costruisce una rete di conoscenze. Il rapporto umano, secondo me, resta fondamentale. I social e la comunicazione online sono utili e bisogna saperli usare, ma nulla sostituisce le relazioni lavorative reali. Suggerirei anche di individuare i professionisti che si stimano, osservarli e cercare di parlare con loro.
Infine, il giornalismo è un mondo ampio e si può fare in tanti modi diversi. Avere un obiettivo è importante, ma lo è altrettanto capire nel tempo quale strada sia davvero la più adatta a noi, anche se diversa da quella immaginata all’inizio.



